Disclaimer: ogni personaggio qui trattato o menzionato è proprietà esclusiva dell'autrice, Yoko Matsushita. Nessuna violazione del copyright è pertanto intesa. Questa fanfictions non è stata scritta a fini lucrativi, ma con l'unico scopo di dilettare gli utenti. Spero che sia apprezzata, ed il frutto del mio lavoro rispettato.

Untitled

by Kyio

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Dopo giorni in cui a malapena si parlavano, era piacevole percepire il peso del suo capo appoggiato a lui. La luce filtrava quasi distrattamente dal corridoio del vagone, illuminando debolmente i lineamenti di Tsuzuki, immersi quasi totalmente nell'oscurità. Era in momenti come questo, quando erano soli e sospesi nel silenzio, accompagnati dai suoni appena distinguibili del mondo reale, che gli sembrava di sentirlo scivolare via da lui. Non riusciva a sintonizzarsi sui pensieri dell'altro, né intravedeva uno spiraglio d'emozione in quelle splendide iridi. In quel momento i suoi occhi socchiusi nel buio erano pietre dure, uno sguardo distante che sembrava oltrepassare il finestrino e volgersi ad una parte del suo cuore che avrebbe potuto non conoscere mai.

-E' bello tornare a casa.- mormorò l'altro distrattamente, spostando il viso contro il suo collo ed emettendo un sospiro soffice. Il contatto era tenero e rassicurante, qualcosa che parlava di affetto ed incondizionata fiducia. Parlava di amore, anche senza il costante affluire delle sue emozioni dentro di lui. Quasi senza che se ne accorgesse, la propria mano si sollevò ed intrecciò le dita nei suoi capelli, scivolando in una carezza leggera lungo il lato del volto che era alla sua portata; l'altro era premuto contro di lui, la sua pelle contro la propria. Come un cucciolo lo percepì strofinare il viso contro il suo collo, sfiorandolo appena con le labbra, e mentre un suo braccio scivolava ad abbracciarlo un'onda di soddisfazione riverberò dentro Hisoka, tiepida. Lo sentì accoccolarsi contro di lui, assestando il suo corpo contro il proprio, e poi ogni muscolo del corpo di Tsuzuki si rilassò contemporaneamente, con un abbandono felino così palese da far sorridere lo shinigami più giovane.

-Meifu è casa, per te?- Hisoka quasi si pentì di aver posto la domanda, quando le palpebre dell'altro si schiusero e il suo viso si sollevò per permettergli di focalizzarlo nel suo campo visivo. In fondo era stanco, provato com'era ogni volta che tornavano dal Chijou.

Agli inizi Hisoka si era preoccupato di non riuscire a confortarlo; durante le loro permanenze nel mondo terreno, e specialmente nel bel mezzo dei casi a loro assegnati, Tsuzuki era molto meno loquace di quanto fosse in Meifu. Ogni vittima era una ferita inferta duramente nella sua sensibilità e nel suo senso di colpa, e spesso non riusciva ad oltrepassare le maschere che l'altro poneva tra di loro, capirlo, magari sollevarlo parzialmente dalla responsabilità che si auto-infliggeva; ed ultimamente, da che erano così vicini, da che erano consapevoli di quanto intenso fosse il loro legame, era ancora più difficile la ricerca di normalità. Sapeva che entrambi avrebbero desiderato, anche durante i casi loro assegnati, giornate normali, parole espresse liberamente e conversazioni semplici. Invece, ogni volta si dirigessero in Kyushu non c'era altro che silenzio tra di loro. Non si parlavano, se non per lo stretto necessario, per paura che l'altro scoprisse quanto erano preoccupati, quanta paura avevano che la missione potesse rivelarsi più pericolosa di quanto si erano aspettati inizialmente. Che fosse l'ultima.

Tsuzuki si era scostato da lui a quella domanda, sedendosi più compostamente- probabilmente, aveva deciso non valesse la pena buttare via la tranquillità che si era instaurata tra di loro in quegli istanti per dormire-. I suoi occhi brillavano ogni qualvolta un raggio di luna li illuminasse, e Hisoka si sentì mancare il respiro. Non importava quante volte si ricordasse di possederlo, non avrebbe mai dimenticato o cessato di stupirsi che quella creatura meravigliosa e seducente gli appartenesse realmente. Che non fosse un frammento della sua immaginazione, un'illusione. Lo era stata, sì; quando aveva terrore di guardarsi allo specchio e poter scorgere i fili da marionetta con cui Muraki lo dominava. Quando era troppo occupato a tentare di guarirsi da quell'ossessione da dimenticarsi che da solo non ce l'avrebbe mai fatta. Non si poteva recidere le corde che lo imprigionavano combattendo senza crederci. Asato gli aveva dato un motivo per farlo, uno scopo per continuare una battaglia che aveva considerato senza speranza fino a poco tempo prima.

-Se ci sei tu, sì.- mormorò in replica. -Ovunque sono, se ci sei tu, è casa.-

Mentre il volto dell'altro scivolava in basso, verso il suo, Hisoka non distolse lo sguardo una sola volta. I suoi occhi bruciavano con un'emozione che non vedeva spesso negli occhi dell'altro -qualcosa di ferale ed istintivo, e che per la sua natura intrinseca spesso Asato soffocava. Era possesso, lancinante mentre lacerava le sue vene e scorreva mischiato al suo sangue, inebriando la sua mente ormai assetata di lui, le iridi lucide e dense di quel desiderio . Hisoka si chiedeva spesso se amasse più il lato tenero e complesso di Tsuzuki, se quello scottante ed imprevedibile e infernale, o se entrambi. La personificazione del caos in un colorato pacchetto, pensò. In quel momento, non poté fare a meno di attendere immobile il tocco della sua bocca sulla sua, i denti che mordicchiavano il suo labbro inferiore per sollecitare una reazione, qualcosa che lo incoraggiasse a proseguire. Percepì gli angoli della propria bocca curvarsi in un sorriso divertito mentre si rendeva conto che, malgrado fosse scivolato in un ruolo inusuale ed a lui poco congeniale, ancora cercava il suo assenso. Le sue braccia si incrociarono dietro il suo collo quasi di loro volontà, ed Hisoka sospirò di soddisfazione contro l'altro, mentre Asato lo attirava a sé con qualcosa che, se avesse avuto abbastanza coerenza mentale al momento, avrebbe definito appetito. E passione. E bisogno infinito.

Tsuzuki esplorava la sua bocca come un segreto da essere svelato. Beh, quando Tsuzuki lo guardava poteva sempre distinguere quell'adorazione senza confini, senza condizioni. Anche quando era offeso, o triste. C'era sempre quell'emozione tiepida; non se ne andava in nessun istante, nemmeno durante un rimprovero. Nemmeno quando Hisoka si infuriava, e pronunciava parole che non significavano nulla, che non pensava mai. Non era mai riuscito ad abituarcisi; gli era incomprensibile, e spesso si chiedeva se Tsuzuki poteva vedere lo stesso nel suo sguardo. A volte aveva il terrore che Asato fraintendesse, che si convincesse che Hisoka non lo aveva mai amato, o non lo amava più. Era ovvio che potesse vedere il suo amore, anche se quando era preoccupato, spaventato, o irritato Hisoka si comportava da moccioso. Doveva vederlo. Altrimenti non sarebbero stati insieme per nulla al mondo; Tsuzuki non avrebbe mai sopportato l'idea che Hisoka fingesse per pietà, o bisogno di calore umano.

Cercò di convincersi di quel pensiero, perché quando quella paura gli attraversava la mente trattava Tsuzuki ancora peggio. Forse, inconsciamente, voleva che l'altro gli dimostrasse quell'amore assoluto che provava. E Asato non lo aveva mai deluso. A volte aveva il sospetto che Tsuzuki pensasse veramente di essere oggetto di carità da parte di Hisoka; lo dicevano i suoi incubi, dove Hisoka lo abbandonava continuamente, e lo dicevano alcune mezze frasi che gli scappavano quando era malinconico, quando forse non si rendeva conto che Hisoka era abbastanza vicino da udirlo. A volte finivano per fare l'amore sul divano, perché Hisoka non sapeva spiegare in altro modo all'altro quanto forte fosse il desiderio di lui, quanto intensamente volesse possedere il suo cuore, e la sua anima, e cedere ad Asato i propri. A volte si addormentavano davanti al televisore, accoccolati uno contro l'altro, ed al risveglio Tsuzuki sembrava rilassato, soddisfatto. Flirtava per il puro gusto di farlo e Hisoka non riusciva a fare a meno di sorridere. Ma non sempre. Più raramente, la maschera era visibile, e le crepe evidenti. Ma si gettava a capofitto in quella felicità fittizia con tanto ardore che Hisoka non aveva il cuore di infrangere le speranze dell'altro; lo lasciava fingere per un pò, per permettergli di lavorare un pò su sé stesso per conto suo, ma spesso non sapeva se fosse la soluzione giusta, se fosse stato meglio rapportarsi immediatamente con la malinconia di Asato invece di lasciarlo fuggire. Non voleva stargli addosso, però, più il tempo passava, più Hisoka si rendeva conto che i danni riportati da Tsuzuki in settant'anni di servizio erano profondi, a volte invisibili ai suoi occhi. Rimediare non era semplice, perché non sempre l'altro si fidava. Aveva quel terrore assoluto e folle che Hisoka l'avrebbe rifiutato, se avesse potuto sapere veramente cosa Asato era convinto di essere. E cosa era in grado di fare.

La sua lingua lambì gentilmente le sue labbra, un ultimo bacio soffice prima di separare le loro bocche. Alzò lo sguardo verso il suo, mentre la fronte quasi toccava la sua. I suoi occhi erano teneri come al solito, quasi curiosi, come se avessero potuto percepire i pensieri che affollavano la mente di Hisoka.

-Tutto ok?- lo sentì chiedere, ma non lo raggiunse completamente. L'intensità del bacio non aveva fatto altro che contribuire al caos nella sua testa, ed improvvisamente il sonno cominciò a richiedere attenzione. Aveva dormito poco quella notte -Tsuzuki aveva avuto un incubo, e dopo averlo riaddormentato aveva faticato a seguirlo. Poi c'era il silenzio con cui Tsuzuki spesso lo escludeva, come poco prima, quel bacio che aveva solo reso più acuto ciò che provava, e quell'uomo impossibile da comprendere, un enigma su due gambe che scorrazzava nella sua vita come l'incognita più intossicante con cui si fosse mai rapportato.. chinò la testa su una spalla di Asato, respirando il suo odore, misto al profumo di muschio bianco che Tsuzuki si spruzzava a chili la mattina, e capì cosa avesse inteso dire l'altro parlando di casa. Asato era casa sua. Come Hisoka era casa di Tsuzuki. Non quattro mura con un tetto, ma famiglia, rifugio, affetto. Solidarietà, comprensione e fiducia. E un amore così puro che neppure lui riusciva a concepire pienamente.

-Sì.. solo stanco.-

-Meno male. Per un attimo ho pensato che stessi male.- la sua voce è calda, così come le sue mani. -Vieni qui,- aggiunse. Chiudo gli occhi, e in un infinitesimo di secondo le sue braccia mi hanno sollevato e deposto sulle sue gambe. La mia schiena poggia ad un suo braccio, il mio volto contro l'incavo del suo collo. Non vorrei dormire, o stanotte sarò da capo, ma è così comodo che non riuscirei a riaprire gli occhi nemmeno costretto. -Non voglio dormire..- mugugnò, contrariato, e la voce divertita dell'altro mentre ridacchiava lo raggiunse come un piacevole suono di sottofondo. -Sai che non posso vivere senza di te, vero?- si costrinse a chiedere, prima di lasciare che Morfeo lo reclamasse. Labbra gentili sfiorarono le sue in una carezza, insieme al sospiro di un placido "Sì.".

E nella mente dell'altro sembrava non esserci veramente alcun dubbio.

 

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