Disclaimer: ogni personaggio qui trattato o menzionato è proprietà esclusiva dell'autrice, Yoko Matsushita. Nessuna violazione del copyright è pertanto intesa. Questa fanfictions non è stata scritta a fini lucrativi, ma con l'unico scopo di dilettare gli utenti. Spero che sia apprezzata, ed il frutto del mio lavoro rispettato.

A better fate than wisdom

by Brigdh -Translated by Kyio

~~*~~

 

Non dovrei aver bisogno di nessuno quanto ne ho di Tsuzuki. Ogni cosa di cui si ha bisogno può esserti portata via, e poi sei ancora più debole per averci contato. Potrei benissimo andare avanti senza un ulteriore svantaggio; certo è che l'universo non sia mai stato dalla mia parte, recentemente. Ci sono molte cose che vorrei essere- forte, determinato. Indipendente. Non lo sono. Mi aggrappo a lui come un moccioso solo perché mi ha mostrato un pò di gentilezza. E' patetico ed imbarazzante. Non riesco a smettere. Lo voglio come non ho mai voluto nulla, ed il pensiero di perderlo mi terrorizza; ormai, i miei incubi hanno la stessa probabilità di inscenare nere fiamme come petali di ciliegio.

Certe sere passa di qui, se si sente solo, annoiato, o se semplicemente non riesce a dormire. E' troppo rumoroso e impertinente, tutto sorrisi e battute e flirt vuoti, il che significa che sta nascondendo qualcosa. O forse no. E' difficile sostenerlo se si tratta di lui; Tsuzuki si getta a braccia spalancate nella sua felicità. Non sono sicuro se si rende conto di quando non è reale. A volte si addormenta qui. Lo lascio rimanere sul divano.

Non so perché venga, esattamente. Non dice mai il motivo, e non mi piace ammettere che averlo qui mi mette a disagio. Non riesco a capire cosa si aspetti da me. Forse avrei dovuto intuire qualcosa dal suo comportamento ed offrirgli qualcosa che è troppo educato per chiedere. Improbabile. Tsuzuki non è mai troppo educato per nulla.

Questa sera mi ha seguito direttamente dall'ufficio, parlando tutto il tempo. Ascoltavo a malapena il suo parlare a vanvera; non penso lui stesso si disturbasse ad ascoltarlo. Ma non importava, perché l'obiettivo era di continuare a parlare così velocemente da non permettermi di dire nemmeno una parola, perché in quel modo non avrei potuto dirgli di andarsene. Non che l'avrei fatto, ma- avrei potuto.

Se fosse stato in silenzio. Se avessi iniziato a preoccuparmi di quello che voleva. Ma è riuscito a riempire l'intero percorso fino a qui, e quindi non ne ho avuto la possibilità. E' rimasto a parlare sulla soglia fino a che l'ho invitato ad entrare, e poi ha insistito per cucinare la cena. Abbiamo dovuto buttare via il suo tentativo, cosa che sapevo sarebbe accaduta ancora prima che iniziasse a mescolare il formaggio fuso, e ordinare fuori. E' rimasto per aiutarmi a pulire. E' rimasto dopo che ogni piatto e pentola era stato lavato, asciugato e messo al suo posto. E' ancora qui dopo un'altra ora passata seduti al tavolo della cucina, ormai sparecchiato.

Decido di fare il tè per avere qualcosa da fare. Tsuzuki ci mette troppo zucchero, e riesco a percepire lo zucchero tiepido e denso nel vapore. Lo beve così velocemente da scottargli la lingua, ma nemmeno questo riesce a quietarlo. Sta parlando di qualcosa che non mi sforzo di ascoltare e gioca con la tazza vuota. Guardo le sue dita affusolate farla roteare sul bordo e poi afferrarla, scivolando all'interno su una goccia di liquido.

I suoi occhi saltano per la stanza, toccandomi e muovendosi poi al soffitto, ai muri, al lavandino, alla credenza, e rivolgendosi poi in basso, sul piano del tavolo, ed alle sue mani. Sorride ad ogni cosa. Non riesce a rimanere fermo per un istante, come un bambino, come un clown triste venuto a sconvolgere casa, la notte e la mia intera vita. Penso ad afferrargli le mani e costringerlo a fermarsi, a stare al suo posto. Penso di fare qualcosa per chiudergli la bocca e farlo guardare solo me.

Mi fermo prima che sia un'idea tangibile. Non c'è utilità nell'immaginarsi cose che non posso avere, e so che non sarebbero altro che deludenti. Non mi piace essere toccato. Ho imparato che non è per me, anche se ogni altra persona nel mondo sembra provare grande piacere nell'essere vezzeggiato. Non voglio la sorpresa di Tsuzuki, o i suoi occhi su di me, caldi e colmi d'affetto. Perché dovrei? Dovrei essere pazzo per desiderare- non importa. Non succederà. Gli chiedo se vuole dell'altro tè. Devo averlo interrotto nel bel mezzo di una frase, perché trasale e e prende in considerazione la domanda prima di rispondere.

Stava tracciando qualcosa con le dita sulla superficie del tavolo, e il suo viso era inclinato da un lato per studiarlo, ma non appena solleva lo sguardo per replicare sorride allegramente. E' splendido, ma non è una novità. Tutti quelli che notano Tsuzuki se ne rendono conto, e come se non bastasse devo avere a che fare con tutte le loro fantasie ispirate. Ho smesso io stesso di notarlo dopo la prima volta che si è ubriacato e mi ha sbavato addosso. Nessuno è affascinante quando smaltisce i postumi di una sbornia.

Quindi non so cos'è che mi attira a lui. Mi sorride come se fossi qualcosa di nuovo e meraviglioso, e si siede nella mia cucina per ore nonostante io riesca appena a partecipare decentemente ad una conversazione, e si fa ridurre a brandelli cercando di proteggermi, non importa quante volte insisto a ricordargli che non ne ho bisogno. Lo voglio a dispetto di tutto, così disperatamente da spezzarmi il respiro. Ignoro qualunque cosa stia dicendo riguardo al tè e poso la mano sulla sua. Le sue emozioni sono chiare, come una radio sintonizzata sulla giusta frequenza. O forse quello che prova è veramente più intenso, se ho fatto qualcosa di giusto sfiorandolo. Mi guarda con curiosità ma non dice nulla, ma alla fine le sue dita si intrecciano alle mie. Devo concentrarmi per rimanere separato da lui; è difficile distinguere il confine tra di noi, quando tutto sembra così vicino e sfocato. All'inizio desidero sia avvicinarmi che allontanarmi da lui, ma la sensazione se n'è andata prima che possa decidere se è veramente mia.

Non ho mai toccato Tsuzuki così a lungo prima. No, non è vero. Ci tocchiamo sempre, ma di solito ci sono troppe cose intorno a noi che accadono per rendersene realmente conto. Ora nessuno sta piangendo o è ferito, niente va a fuoco, e sembra una quantità di tempo immensa senza nulla a cui pensare a parte la sensazione della sua pelle contro il mio palmo. Ho bisogno di ricordare a me stesso che non voglio lasciarlo andare; e che non mi fermerebbe se tentassi di farlo. La mano di Tsuzuki è più grande della mia, e le sue nocche sono dure tra le mie dita; una delle sue unghie è spezzata nell'angolo, dove probabilmente l' ha rosicchiata. Se mi concentro, riesco quasi a sentire nella mia presa le pulsazioni del suo cuore.

Non sono sicuro di cosa mi aspettassi, ma certo non era questo. Gli stupidi, piccoli dettaglia fisici non contribuiscono a nulla di meraviglioso o romantico, e non mi piace percepire il suo battito. Non si dovrebbe essere in grado di percepirlo come il pompare del sangue attraverso il corpo di qualcuno; è sgradevole. E il suo è più lento del mio, il che mi fa dolere lo stomaco, come se il mio corpo non riuscisse a decidere quale ritmo dovrebbe seguire. Avevo pensato che se fossi riuscito almeno a compiere questo passo in avanti, e provare a me stesso che posso toccare qualcuno, ogni altra cosa sarebbe poi stata appianata, e poi avrei saputo cosa fare. Per una volta, sarei stato certo di ciò che volevo realmente, non quello che credevo avrei voluto solo perché non l'avevo mai avuto. Ma ora mi sento solo a disagio, non ho nulla di più intelligente da dire che non avessi prima, e la mia mano è sudata.

Mi allontano e mi alzo, fingendo di aver bisogno di più acqua. Tsuzuki sospira e si chiede se avrebbe dovuto dire qualcosa, ma quando mi volto verso di lui solleva solo la tazza perché gli versi un pò di tè. "Perché sei qui?" gli chiedo, brusco.

Il suo sguardo è fisso, mentre pensa furiosamente: ha intenzione di mentirmi. Lo interrompo prima che possa articolare più di qualche parola. "Piantala. Se vuoi del tè vai a casa, Tsuzuki."

Annuisce silenziosamente e si alza da tavola, uscendo lentamente dalla stanza in un modo che significa che se ne sta andando, anche se riluttante. Maledizione. Non intendevo- ma che se ne vada pure, se non vuole dirmi quello che sta succedendo. Non sono il suo baby-sitter.

Ha lasciato la tazza sul tavolo, un appiccicoso anello a evidenziare che aveva appoggiato il coperchio del miele al contrario. Tsuzuki è un tale casino. Mi sposto sulla soglia della cucina e lo guardo mentre raccatta il cappotto e la giacca. Continua a guardarsi intorno come se avesse portato qualcosa e se lo fosse dimenticato. Non mi guarda; forse non riesce a pensare ad un modo diverso per rimandare la sua partenza. Si piega presso la porta per infilarsi le scarpe, e dice al tappeto "Ho avuto un incubo."

Aspetto che continui, ma alla fine rimane in silenzio. Tiene in mano una scarpa e attende che io dica qualcosa, che lo incoraggi a rimanere o ad andarsene. Non sono bravo in queste genere di cose; non capisco perché continua a cercare conforto da me. "Sì?"

Si solleva da terra e alza le spalle, uno sciocco sorriso sul suo viso a nascondere tutto ciò che ha deciso di non rivelare. "Posso restare ancora un pò?"

"Come ti pare," mormoro. Lo prende per un sì e lascia il cappotto e la giacca in una pila sopra le scarpe. Mi raggiunge per entrare in cucina, ma non mi scosto. Detesto quando finge che tutto sia ok. "Quando hai avuto l'incubo?"

"La notte scorsa." infila le mani nelle tasche. Si è tolto la cravatta ore fa, cacciandola da qualche parte, ed ora il suo collo è aperto, i primi bottoni slacciati.

"Ne sei ancora turbato?"

"Era un brutto sogno," dice evasivamente. Avrei dovuto notarlo prima. Non sono un granché come empatico se non sono in grado di accorgermi quando il mio partner si sente giù. Gli chiedo di dirmi del sogno, anche se non sono sicuro di voler sapere. "Non è importante," replica, e cerca di oltrepassarmi.

Mi muovo per bloccarlo. "Parlamene."

Indietreggia qualche passo. Non ho acceso la lampada, e il suo volto é illuminato fiocamente dalla luce della cucina, riflettendosi nei suoi occhi come specchi. "Hisoka..."

"Voglio sapere. Non puoi dire di fidarti di me se non vuoi nemmeno raccontarmi un sogno." Questo non è sicuramente il modo migliore per avere un confronto con una persona a terra, ma non so come altro rapportarmici e non posso sopportare di lasciarlo sorridere quando soffre. Lo farò confessare, anche a costo di costringerlo con la forza, e poi... non lo so. Non posso guarirlo. E poi lo terrò per mano mentre sanguina, probabilmente.

Chiude gli occhi e sospira. "Ero ad un processo. Avevano intenzione di determinare se meritassi di continuare a vivere, e se non fosse stato così sarei morto, e sarebbe stato come se non fossi mai vissuto. Perché se non avevo fatto del bene, non abbastanza da vivere, allora sarebbe stato meglio se non fossi mai nato. No? Tutti erano lì. Persone che sono morte decine di anni fa, e persone di cui non ricordo nemmeno più il nome, proprio tutti, ed erano i testimoni. Dovevano parlare di me, e del bene, o del male, che gli avevo procurato."

"Non hai ferito nessuno," protesto automaticamente. Ma è come se non avessi parlato.

"Ci è voluto molto tempo. Veramente moltissimo. Tu eri l'ultimo, Hisoka, ed ho pensato-" mi guarda per il più breve degli istanti, poi solleva gli occhi al soffitto e sorride avvilito. "Ho pensato che avresti detto qualcosa in mio favore. Come quello che avevi detto quando ho chiamato Touda. Sai, che avrei dovuto vivere per te, che non ti importava di nient'altro, che volevi solo che rimanessi."

Sono in silenzio. Voglio dirgli che lo intendevo sul serio, ma sembra sbagliato parlare di quello che è successo così tranquillamente. Non riesco a dirlo ancora una volta, come se ripeterlo qui ed ora, in un corridoio buio e inerte, lo spogliasse di ogni significato. "E l'ho fatto?"

"No." Si tocca il volto e- Sta piangendo. Lo fa così spesso che deve farlo sentire meglio, anche se non sembra così. Soffre, e basta.

Sposto le sue mani, e dissipo le sue lacrime con il dorso del mio pugno. "Era un sogno. Non era reale."

"Lo so," mi risponde. Si rilassa nel mio tocco, voltando il capo contro la mia mano. Fingo di non accorgermene. "Mi dispiace."

"Non essere stupido. Non c'è nulla di cui dispiacersi."

Solleva d'un tratto le mani e sfiora il mio viso con i polpastrelli, così leggero che quasi non mi rendo conto del movimento. Inclina il capo contro il mio, la fronte appoggiata alla mia, ed i suoi occhi sono gonfi e arrossati, ma rendono il suo sguardo ancora più intenso. Mi blocco, e il suo respiro è tiepido sulla mia bocca. "C'è," insiste. "Avevi così tanto da dire, ed era tutto vero. Non c'era niente che potessi fare perché tu rimanessi."

"Quello non ero io. Io.. non essere stupido." sposto la mano dalla sua guancia, perché ora è fin troppo ovvio che sto disperdendo le sue lacrime come scusa per poterlo toccare. Non voglio allontanarmi completamente, così agguanto il colletto, quasi sfiorando la pelle del collo. Non si muove. Si accontenta di essere vicino, ma non di più, come se non baciandomi potesse mantenere convinti entrambi che non vuole farlo. Sono stanco di ambiguità e mezzi rifiuti; farò un tentativo per quello che voglio. Mi sollevo e premo le labbra contro le sue. 

Si scosta, riguadagnando una certa distanza. "No, Hisoka. Non farlo."

Mi allontano da lui e incrocio le braccia al petto. "Perché no?" chiedo, e persino alle mie orecchie suono come un moccioso viziato. Non capisco, ma non mi interessa. Non sono ferito.

"Perché un bacio vale troppo e io non lo merito. So cosa significa per te; non lasci nemmeno che le persone ti tocchino." Scuote la testa. "Non farlo per me. Era solo un incubo."

"E' una mia scelta offrirlo." mi muovo verso di lui e si discosta ancora, iniziando a dire il mio nome, ma lo trattengo e lo bacio. Si separa lentamente e riesco a baciarlo un'altra volta.

Alla fine mi spinge via, le sue mani salde sulle mie spalle. "Smettila."

Non gli permetterò di fermarsi ora. E' colpa sua; ha cominciato questo quando ha iniziato a comprarmi dessert appiccicosi che non avrei mangiato, a toccarmi come se non ci fosse alcuna ragione per non farlo e a prendere la mia sicurezza più seriamente della sua. Premo contro le sue mani, e urlo "Non lo vuoi?"

"Sì!" le sue ciglia sono ancora umide, e lo fanno sembrare disperato e supplichevole. Mormora freneticamente "Ecco perché devi smetterla. Non mi fido di me stesso. Non posso continuare a dire no."

"Questa è la cosa più idiota che io abbia mai sentito." Non lo è; solitamente dice cose più stupide. Ma nulla ultimamente è stato così frustrante e doloroso. Riesco a oltrepassare le sue mani e ad incrociargli le braccia al collo, appoggiandomi a lui. "Ti voglio. Ti prego. Devo sapere se posso." Chiude le braccia intorno a me in un abbraccio morbido, vacillando tra bisogno e senso di colpa. Desidera immensamente. Voglio essere forte abbastanza da guadagnare la sua fiducia; voglio che sia sereno, voglio essere felice. Nessuno ha mai dipeso da me tanto quanto lui. Se potessi, lo proteggerei da ogni cosa, anche dai suoi sogni. Il mondo per cui si annienta non lo merita. Appoggia il volto sul mio capo e tutto ciò che riesco a vedere è il suo collo, la spalla, e una scheggia del muro dell'entrata. Voglio che sorrida, che rida come se non contasse chi ascolta; lo voglio così com'è, i capelli scompigliati, l'espressione volubile, e le sue emozioni un vortice confuso.     

Mi raggomitolo contro di lui un pò più forte, e non mi blocca. Ci baciamo. E poi ancora. Poi apre la bocca e la saliva finisce sulle mie labbra. Io indietreggio di scatto e ci passo il dorso della mano per asciugarle. "Non ho-"

"Ho solo-" dice allo stesso tempo. Entrambi ci fermiamo, e lui ridacchia imbarazzato. Non lo guardo; non so fare nemmeno questo. Potrei essere più stupido? "E' okay," dice Tsuzuki. Il suo pollice abbassa gentilmente una delle mie labbra. Quasi gli dico di smetterla di trattarmi come un idiota, ma è così schietto e felice che lo lascio fare. "Così," mormora prima di baciarmi.

E' strano. Non ho molto con cui fare un paragone, ma so di non esserne all'altezza perché non riesco a rilassarmi abbastanza da decidere quello che dovrei fare. Tsuzuki comunque è deliziato, la sua soddisfazione, ed il suo piacere solleticano come bollicine di soda. Ho un brivido; stanno formicolando e scoppiettando dentro di me, ed è come se ci stessimo toccando dappertutto. Riesco a sentire le sue mani sulla mia pelle dopo che le ha spostate. Non riesco a trattenere tutte queste emozioni; le sue moltiplicano le mie e si espandono talmente da farmi sprofondare in esse, e tutto ciò che vedo, sento e percepisco è desiderio. Penso che probabilmente le starò spandendo dentro di lui, in qualche modo. Mi trattiene così forte contro di sè che tremo quando le sue mani vibrano. Allenta con un gesto secco la mia camicia per baciarmi la gola e la clavicola.

"Chiedimi di fermarmi" sospira.

"No." Non voglio smettere. Non voglio smettere mai. Ho paura che non riuscirei mai più a provare questo, e la mia vita prima di Tsuzuki era vuota, sbiadita e solitaria. Percepisco intenso persino il dolore di questa sensazione sempre più acuta. Non riesco a respirare normalmente, e penso che tutte queste emozioni potrebbero esplodere da un momento all'altro dentro di me; ho un peso sul petto, e mi sento già eccitato. Troppo presto. Cerco di spostarmi in modo che Tsuzuki non se ne accorga.

Pensa che io mi stia allontanando da lui, e cerca di seguirmi, facendo combaciare insieme i nostri fianchi. Mi sorride scioccamente, e sono piuttosto sicuro di essere diventato viola. Ho idea che al mio cervello manchi un apporto sostanziale di sangue. "Sarebbe meglio se ci sedessimo," mi dice.

"Ok." Mi prende per mano e mi trascina in salotto, ed io sto ancora arrossendo un pò, anche se qui non c'è nessuno che possa vederci. Ci sediamo sul divano, ma le nostre gambe continuano ad aggrovigliarsi quando ci voltiamo per essere uno di fronte all'altro. Non riesco a decidere dove mettere la mani. Sospiro, frustrato, e Tsuzuki corruccia le sopracciglia come se pensasse che ce l' ho con lui.

Si arrampica dietro di me, traendomi quasi nel suo grembo. Appoggio la schiena contro di lui e scopro che sono comodo con il capo sulla sua spalla. Sorride e mi bacia, ed è l'angolazione perfetta. "Meglio?"

Annuisco, agitandomi contro di lui, rendendomi conto che anche lui è eccitato. La sua bocca si schiude in un mugolio silenzioso mentre mi muovo, e gemo al suo posto, chiudendo gli occhi. Non riusciamo a rimanere fermi, poi. Non so se sia lui o io ad aver cominciato, ma entrambi sospiriamo e cominciamo a strofinarci l'uno contro l'altro. Ogni cosa che proviamo è focalizzata su quell'unico punto di contatto, e mi attrae come la gravità. Essere più vicini è come diventare più pesante e più solido, e non mi sono mai sentito così cosciente del mio corpo, del modo in cui è polarizzato intorno a un singolo desiderio. Il mio battito cardiaco pulsa nelle mie orecchie ed erezione; Tsuzuki ansima contro una mia guancia.

Sposta la mano tra le mie gambe. "E' okay?"

"Sì," replico, ed appena riesco a trattenermi prima di supplicarlo di continuare. I miei fianchi si arcuano verso il suo tocco spontaneamente; il mio corpo sembra essere a malapena sotto controllo. Sarebbe agghiacciante se riuscissi a pensarci, ma non voglio andare nel panico. Mi concentro su Tsuzuki, invece: non ha per niente paura. Si passa la lingua sulle labbra e percepisco tè e sudore, percepisco il jeans contro i miei polpastrelli. Sbottona i miei pantaloni e fa scivolare la mano all'interno, e quando mi tocca rendo grazie del fatto che siamo ancora vestiti. Non penso che riuscirei a gestire un contatto più intenso senza l'aiuto di quella barriera. Lascio cadere la testa all'indietro, cercandolo alla cieca, e preme il viso contro il mio. Ci muoviamo. Le sue dita sono su di me lui me; non c'è differenza tra me e lui. Siamo perduti uno dentro l'altro; esistiamo solo nei punti dove ci tocchiamo. Qualcuno inala bruscamente, qualcun'altro si spinge in avanti, qualcuno arcua la schiena e si lascia ricadere. Sembrano cose diverse, ma come qualcosa immenso e di troppo abbagliante per avere una forma.

Esalo. Ed anche lui, un istante più tardi. Così, semplicemente, siamo ancora una volta usciti di sincronia, e Tsuzuki è accaldato e sudato contro di me, ed estremamente soddisfatto. Tossisco per schiarirmi la voce. "Tsuzuki?"

Lui emette un suono interrogativo. 

"Dovresti rimanere qui stanotte." Lo dico di corsa, prima che l'imbarazzo mi trattenga.

Riesco a sentirlo sorridere contro la mia spalla, e la sua felicità mi inonda come la luce del sole nascente. 

E' una debolezza, e ci saranno delle conseguenze, eventualmente. Non mi importa.

 

~~*~~