Disclaimer: ogni personaggio qui trattato o menzionato è proprietà esclusiva dell'autrice, Yoko Matsushita. Nessuna violazione del copyright è pertanto intesa. Questa fanfictions non è stata scritta a fini lucrativi, ma con l'unico scopo di dilettare gli utenti. Spero che sia apprezzata, ed il frutto del mio lavoro rispettato. Song @ copyright is Kelly Clarkson.
Beautiful Disaster
by Kyio
~~*~~
Chapter 1
L'intera sala tremò, soggetta alle vibrazioni della sfera d'energia nel suo centro. I suoi colori si specchiavano sui muri, creando un arcobaleno sulle pareti dell'immensa sala. Il suono opprimente del cemento armato che lentamente si crepava, sgretolandosi a contatto ravvicinato con quell'immensa fonte di potere spirituale, si fondeva con il bagliore accecante che essa produceva. Le ombre scivolavano attorno ad essa sinuose, mescolandosi alla luce ed all'elettricità emanata dal demone evocato.
Il reibaku funzionava.
Hisoka riparò gli occhi contro il camice di Watari, schermandoli dall'innaturale scintillare della capsula di energia che solo pochi istanti prima aveva imprigionato Tsuzuki e Saagatanas, costringendo quest'ultimo ad abbandonare il contraente per sfuggire alla pressione. Il volto del partner, accarezzato dalle ombre ed in parte visibile attraverso le braccia che aveva stretto attorno a sé per proteggersi, appariva di uno splendore unico ed ultraterreno, irresistibile e magico. Una bellezza di un altro tempo, di un'altra dimensione. Hisoka stesso, come la fresca, radiosa bellezza di Hijiri o quella ammaliante ed ambrata di Watari-san non erano assolutamente paragonabili ad essa. Persino così, con quella maschera di agonia, e rabbia, dolore e pena cesellata sul volto, Tsuzuki sembrava una creatura incantata, suggestiva e felina.
Non poté fare a meno di pentirsi, e sentirsi in colpa per quell'istante. Il dolore di Tsuzuki trasfigurava qualsiasi altra emozione, eppure, nonostante il suo cuore si contraesse insopportabilmente ad esso, nonostante lo stato auto-distruttivo in cui il partner si trovava, i suoi occhi non avevano potuto rimanere ciechi a quanto maledetto e dannatamente irresistibile Tsuzuki apparisse. Se non avesse avuto la possibilità di percepire il tumulto incessante di angoscia, disperazione e rassegnazione, se non avesse visto le lacrime, se la liberazione provata nel piangere con lui non fosse mai esistita, forse Hisoka non l'avrebbe riconosciuto come un essere umano. Tanto era contrastante il suo stato emotivo e la sua indole ingenuamente generosa con la bellezza nera e travolgente di quell'istante, che sarebbe stato arduo per chiunque riconoscerlo un essere umano.
Un sorriso amaro si dipinse sulle sue labbra. Lo stava facendo di nuovo. Non appena cessava di rimproverarsi per quella morbosa attenzione verso l'aspetto esteriore di Tsuzuki, che nulla era, se non il degno involucro per un'anima splendida e complessa, i suoi sensi venivano nuovamente distolti e catturati da esso. Un'ossessione. Era come un'ossessione. Tsuzuki era umano, si ricordò fermamente. Eppure nessuno, in questo mondo e nell'altro avrebbe mai potuto eguagliare una bellezza che tutto avrebbe potuto essere, tranne terrena.
Il demone si ritirava, separandosi da Tsuzuki e lasciandolo irrimediabilmente ferito. In ginocchio, inerme contro il proprio sortilegio, Hisoka assistette alla sua palese ed irrimediabile sconfitta, attaccato da Byakko e Suzaku. Senza avere la forza di muoversi, annientato dal dolore del contraccolpo del reibaku, voltosi contro di lui, e incapace quasi di distogliere lo sguardo dalla repellente magnificenza del demone che si liberava della gabbia, non riuscì neppure ad evitare che Kazusa si sacrificasse per salvare Hijiri, totalmente impotente di fronte alle ferite inflittegli da Sagaatanas. Vide la colonna sgretolarsi ed il marmo schiantarsi nel punto esatto in cui la bambina si trovava, e lacrime di cocente frustrazione gli rigarono il volto, indotte anche dal soffocante calore. Tsuzuki si sarebbe addossato quella colpa, ed il solo pensiero di quella giovane vita interrotta, oltre al dolore che il partner avrebbe provato era quasi insopportabile.
Se solo Hijiri non avesse abbandonato Kazusa per assistere a quel Tsuzuki posseduto, se non avesse avuto la presunzione di assistere e distogliere l'attenzione di Hisoka dall'incanto del reibaku, Kazusa sarebbe stata viva. Nessuno avrebbe potuto più rimediare a questo. Nemmeno la dolcezza di Tsuzuki, o il suo infinito rimpianto.
Come avrebbe potuto alleviare il suo tormento dopo questo?
Lo vide accasciarsi senza un suono contro il gelo del pavimento, e contemporaneamente la sua empatia avvertì lo spegnersi lentamente di un'esistenza. Voltando di poco il capo, intravide Konoe-sama e Watari-san occuparsi di Hijiri e della bambina, e tirò un sospiro di sollievo. Aveva la possibilità di accertarsi delle condizioni di Tsuzuki, almeno fintantoché i due mortali fossero stati una priorità.
Sostenendosi con il braccio sano riuscì a issarsi faticosamente in ginocchio ed a raggiungere carponi l'altro, mentre le sue labbra formavano mute un lamento di dolore. Ignorò il bruciore della sua schiena e lo stridere delle vertebre l'una contro l'altra, mentre la capacità rigenerativa degli shinigami collegava i brandelli sfilacciati di muscoli e tessuto; non appena però fu vicino all'altro, abbastanza vicino da poterlo toccare, Hisoka crollò accanto alla forma raggomitolata del partner.
Tsuzuki era completamente ricoperto di sangue. Evitò di soffermare lo sguardo sullo stato del suo corpo, ricambiando quello di ametiste stanche e colme di amarezza.
-Ho.. ho fallito ancora, 'Soka. Vero?- un sorriso tenue ed amaro, appena visibile a causa del sangue e degli umori che sgorgavano sul pavimento dove Tsuzuki giaceva, e poi la sua bocca pronunciò la paura stessa che Hisoka sentiva nel cuore, ancora prima che la sua empatia rintracciasse le tracce di essa nel partner. E umiliazione, impotenza, disperazione, mescolate in un composto così nero che scorgerlo nel cuore di Tsuzuki lo faceva soffocare.
-Ho fallito ancora.- lo ripeté con una rassegnazione insostenibile, e per un attimo, lo shinigami più giovane si chiese quanta fermezza ed autocontrollo permettessero a Tsuzuki di rimanere aggrappato a quella contorta sorta di stabilità mentale. Come riusciva a non frantumarsi in milioni di schegge?
-No.- la sua replica era ferma, e malgrado il tremolio quasi indistinto che era la sua voce, riuscì a mantenere lo sguardo abbastanza limpido da consentire al partner di leggervi attraverso, vedere la sua determinazione, la sua risoluzione.
La verità era che non era colpa di nessuno. Watari-san non aveva potuto constatare la possessione di Tsuzuki, né Hisoka aveva potuto evitare che Kazusa imponesse su sé stessa il fato destinato ad Hijiri. E certamente, quest'ultimo non poteva essere accusato d'eccessivo affetto, per aver voluto sostenere un gruppo di persone che aveva lottato per lui, anche solo con la sua presenza. Solo pochi istanti prima stava incolpando sé stesso, e sebbene ora la sua coscienza lo costringesse a non fuggire vigliaccamente da una seria responsabilità, Hisoka sapeva che non avrebbe potuto fermare quella bambina. La profondità delle sue ferite glielo avrebbe impedito. Erano umani, dannazione. Solo umani. Nonostante fossero stati concessi loro alcuni privilegi, non erano perfetti. I loro errori costavano forse più di quanto si meritassero.
Si aspettava una risposta a quel diniego. Si aspettava un confronto. Ma il volto di Tsuzuki si contrasse in una smorfia di silenziosa agonia, e le lacrime cominciarono a scorrere impunite sul suo volto, incrostato di polvere e sangue. Una discussione avrebbe facilitato il sostegno che Hisoka si sentiva in dovere di offrirgli, perché Tsuzuki avrebbe mostrato di permettergli almeno una forma di appoggio incondizionato.
Da qualche parte, nelle profondità del suo cuore, Hisoka sperava che non si sarebbe punito con il mutismo, con un'auto-condanna in cui Hisoka non avrebbe potuto intervenire. Eppure sapeva che sarebbe successo, come ora sapeva che nessuna parola di conforto avrebbe giovato. Non avrebbe mai potuto sollevare un peso dalle spalle di Tsuzuki che lui stesso si era imposto. Ed il suo carattere era così volatile ed oscuro, così riservato ed enigmatico a molti tratti, che Hisoka aveva la strisciante sensazione di conoscere solo la maschera che Tsuzuki così elaboratamente aveva posto sui tratti del suo viso. Come toccare le corde giuste, che alleviassero la sua pena?
Non sapeva interagire con le persone. Tsuzuki aveva la forza di proteggere con la sua sola presenza Hisoka, sebbene non ne avesse seriamente coscienza, oltre al desiderio smodato di alleviare la sua tristezza. Era così, anche se Hisoka ancora si chiedeva come fosse accaduto, in pochi mesi, che Tsuzuki riuscisse a procurargli quel calore che il suo cuore freddo bramava. Non poter fare lo stesso lo terrorizzava.
Una bambola rotta ed inutile.
Quel pensiero suscitò un'altra ondata di frustrazione, mentre le sue dita dissipavano incerte le tracce salate sul volto di Tsuzuki.
Il gesto sembrò mandare il partner oltre il limite auto-impostosi, ed un violento singhiozzo, seguito poi da altri, eruppero dalla sua gola. Mentre si sollevava sui gomiti per stringere il volto di Tsuzuki a sé, cullarlo nella mimica di un atto che a lui era sempre stato negato, e sperando fosse abbastanza, si stupì in quell'istante della naturale spontaneità con cui aveva accettato la forma scossa da brividi del partner, di come non ci fosse sensazione più dolce di quella. Una sorta di nostalgia si impadronì di lui mentre mormorava una rassicurazione nei capelli di Tsuzuki, le sue labbra a posare casti baci mentre l'altro si aggrappava disperatamente a quell'abbraccio. Era come tornare a casa. Non sapeva spiegare meglio quella percezione, eppure, nelle braccia di Tsuzuki, a contatto così ravvicinato con il suo corpo scosso dai singhiozzi, le lacrime ad inumidire la propria giacca, il sentire la fisicità di quella vicinanza, come il suo odore e il modo in cui l'altro scivolava in una quiete contemplativa, anche se non per questo più sopportabile, rendeva la sensazione di appartenenza ancora più concreta e comprensibile dinanzi i propri sensi.
Non sapeva interagire con le persone. Di solito questo era sufficiente a tenerle a distanza, ancora prima dell'espressione perennemente in combutta con il mondo, o la sua detestabile tendenza a rispondere con il silenzio. Ma l'unica che veramente avrebbe desiderato lontano, l'unica che inibiva il suo controllo, le sue difese, le sue piccole convinzioni interiori, quelle con cui fronteggiava il suo dopo-vita, beh, sembrava tutto tranne che suscettibile al suo modo di fare. Le assecondava magari con un'infantile guerra a chi si arrabattava il piatto migliore, come la prima volta a Nagasaki, dove si erano incontrati; oppure le ignorava con un sorriso -di quelli con cui piegava persino Tatsumi-san-, un'alzata di spalle. Come se riuscisse veramente a capire, a vedere. Vedere quello che era, da cosa fuggiva come una preda braccata. Da cosa si nascondeva.
Eppure--
-Mi dispiace.- lo udì mormorare, il suo respiro spezzato contro il suo collo.
Eppure era anche la persona che più desiderava vicino. Quella per cui consapevolmente avrebbe sfidato il mondo.
-Dio, Hisoka.. mi dispiace così tanto.-
Quando era insieme a Tsuzuki, provava sempre una sorta di predestinazione- come se fossero stati "appaiati" come partner perché era loro destino stare insieme. Nessuna logica- come quella più ovvia, secondo la quale Hisoka era l'ultimo arrivato e quindi non poteva fare altro che finire con Tsuzuki- funzionava. Quel sentimento era lì, e ci restava. Hisoka sapeva fosse sciocco ed infantile, come quando ci si auto-convince di aver disperatamente bisogno di qualcosa quando si vuole possederla a costo di qualunque sacrificio. E conosceva quel sentimento: aveva desiderato disperatamente parecchie cose, nella sua vita- al punto che esse erano poi diventate indispensabili per lui. Una tra tutte, l'affetto dei suoi genitori -anzi, nemmeno: sarebbe bastato che lo riconoscessero loro figlio, e non un bastardo alla catena-; anche se non lo amavano, si era detto allora, anche se non lo accettavano, non potevano rinnegarlo come figlio.. era sempre sangue del loro sangue... no?
In realtà, sapeva che il non essere sopravvissuto a Muraki non era una conseguenza del rifiuto di sua madre- o suo padre. Ne era persino felice, ora che aveva la possibilità di una vita lontana da loro. Il punto era uno soltanto: Hisoka non aveva avuto bisogno di loro dal momento in cui lo avevano rinnegato. Ma voleva a tutti i costi la loro accettazione, ed era stato questo a fregarlo, alla fine. Se non avesse desiderato così tanto, allora--
-Per cosa?- sospirò. Tsuzuki non dette segno di voler rispondere. -Anche io ho fallito, Tsuzuki. Se avessi fatto buona guardia a Kazusa, se non avessi permesso ad Hijiri di distogliere la mia attenzione dal reibaku-- -
-Abbiamo fatto del nostro meglio, Tsuzuki. E' abbastanza.- Prima ancora che si potesse rendere conto consciamente del proprio gesto, le sue dita erano scivolate in una carezza sul volto dell'altro. Gli occhi di Tsuzuki erano forse la cosa più incantevole che possedeva. Non c'era nulla di Tsuzuki che non fosse avvenente, ma nello stesso istante in cui si posarono su di lui, a un soffio dal suo volto, ne fu pienamente cosciente. Una lacrima era rimasta precariamente in bilico tra le sue ciglia, e la luce la faceva brillare come un gioiello, esaltando l'indaco lucente del suo sguardo. C'era tanta tristezza in quegli occhi che ad Hisoka mancò il respiro. Si sforzò di mantenere un certo equilibrio, Il caso è stato comunque risolto, non dovrebbe importarti di null'altro.-
Non era vero. Non era vero, ed Hisoka lo sapeva, ma era abituato ad ignorare emozioni di gran lunga meno tiepide della compassione e non aveva intenzione di lasciarsi condizionare dal destino di persone che non avrebbe mai più rivisto. Anche se poteva dispiacergli per Kazusa, ed anche se non rivedere più Hijiri lo turbava un pò -più per Tsuzuki che per sé stesso, in realtà-, tentava sempre di mantenere un controllo alle proprie emozioni, di non aggirare la formalità per un contatto effimero.
Per questo, avrebbe disperatamente voluto che Tsuzuki si comportasse nello stesso modo, che quella scia di passati volti si disperdesse senza un nome.
Tsuzuki aveva sollevato il volto verso il suo, e non era sicuro di chi avesse preso l'iniziativa, ma le loro labbra si stavano toccando, senza incertezze. Un nodo gli strinse lo stomaco mentre la stessa sensazione si impadroniva del suo cuore. Era un bacio gentile, niente di affrettato, solo il casto conforto che Hisoka stava cercando di infondere nell'altro. -E' abbastanza.- ripeté in un sussurro sulle labbra dell'altro quando si furono separati.
Voleva solo rassicurarlo. Voleva prendersi cura di lui, proteggerlo da qualunque ostacolo potesse incontrare. Tsuzuki era la prima cosa importante, non voleva rischiare di perderla.
Saagatanas era una coscienza colma di malizia. Forse non era appropriato parlarne come se possedesse un'anima, eppure quell'onda densa di crudeltà e perversione l'aveva raggiunto comunque, mescolata al senso di impotenza e frustrazione che sgorgavano direttamente dal proprio cuore. Vi era una sorta di soddisfazione nello sguardo del demone, mentre apriva una nicchia nel muro eretto nella mente di Tsuzuki, e lasciava che Hisoka percepisse il suo partner. Hisoka si era reso conto in quel momento, per la prima volta, che tra tanti demoni e mostri che avevano affrontato, nessuno -nemmeno Muraki- era mai stato tanto pericoloso per Tsuzuki quanto Tsuzuki stesso.
Nessuna minaccia dal Makai aveva mai sconvolto Tsuzuki più del sacrificio di vittime innocenti, e nessun colpo inferto l'aveva mai ferito quanto la propria coscienza. Era una realizzazione che lo turbava, perché per la prima volta si rendeva conto della portata effettiva del disgusto che Tsuzuki provava per sé stesso e per quel lavoro, di quanto in profondità fluisse il biasimo dentro di sé. E ciò che peggiorava la situazione, era il mutismo ostinato con cui l'altro impediva ad Hisoka di confortarlo, di comprendere le sue ombre ed aiutarlo a fuggirle. Non conosceva nulla del suo passato, poco del suo presente, se non quella tendenza ad allontanare inspiegabilmente gli altri, con una determinazione che sconfinava nell'assurdo e nel paradossale.
Si preoccupava più di volti sconosciuti che di sé stesso.
Tsuzuki si rannicchiò nelle braccia di Hisoka, respirando quell'odore buono ed infantile quasi fosse l'ultima volta.
Avrebbe voluto rimanere così per sempre. Parte di lui sapeva cosa sarebbe successo da lì a pochi istanti; Hisoka si sarebbe allontanato, ed avrebbe ricominciato a fingere di non provare nulla. Tsuzuki ormai conosceva quella maschera, e non poteva sopportare l'idea che l'altro semplicemente si allontanasse come se non l'avesse mai toccato. Per quanto detestasse l'idea, però, non si sentiva di biasimare Hisoka. Non poteva biasimare nessuno per allontanarsi da lui ogni volta, ed anzi, Hisoka aveva fatto più di chiunque altro.
Nessuno poteva accettare consapevolmente amore da uno come lui. Nessuno che fosse sano, almeno. Hisoka lo era. Ma era anche tante cose; ucciso, per esempio. Accettare amore da un omicida non poteva che essere inconcepibile. Ridicolo.
Non avrebbe dovuto baciare Hisoka.
Non avrebbe dovuto, perché sapeva che non era giusto approfittarne. Ma l'aveva fatto comunque, perché ne aveva bisogno, perché era egoista, per un milione di perché che non avrebbe mai potuto cancellare. Perché era un demone. E sebbene tentasse di nasconderlo restava un egoista, un mostro assassino.
I suoi occhi dardeggiarono più lontano, nel fondo della sala, e riconobbe una pozza di sangue dove era stata Kazusa. Una morsa dolorosa gli strinse la gola, e respinse indietro le lacrime che pungevano dietro le sue palpebre. Gli occhi chiusi, affondò nuovamente il viso nel collo di Hisoka. Dio. Era solo una bambina. Una piccola, dolcissima bambina.
E lui l'aveva uccisa.
Un sorriso amaro piegò le sue labbra, non appena i suoi sensi si focalizzarono sul suo corpo. Si sentiva meglio. I tessuti si stavano saldando nuovamente, anche se lentamente. Ironico possedere quel potere, per chi avrebbe voluto solo marcire nel Makai. Aveva fatto un voto ad Enma-dono, e tuttavia ogni giorno si chiedeva come potesse rispettarlo, portando via ad altri in cambio della sua esistenze duramente conquistate, giorno dopo giorno. Vite a cui quegli esseri umani tentavano disperatamente di aggrapparsi erano sottratte da un essere che l'aveva rifiutata per primo, ed ora si cibava di quelle altrui.
Come poteva esistere un mostro come lui?
Non avrebbe dovuto. Non avrebbe dovuto esistere nessuno come lui.
Tbc...
~~*~~